lidia maggi

Intervista a Lidia Maggi
pastora battista

Leggere la Bibbia dando voce all’inedito

“Lo sguardo femminile della Bibbia mi ha aiutato a liberare me stessa e il testo da una lettura troppo addomesticata che rischia di “prevedere” l’altro (già sentito, già letto…) dandolo per scontato. Mi ha strappato al rischio di leggere senza ascoltare per riaprirmi invece allo stupore.”

Sfogliando i suoi due libri sulle donne nella Bibbia e l’ultimo dal titolo intrigante “Dire, fare, baciare… il lettore e la Bibbia”, scritto con Angelo Reginato si coglie nel tuo lavoro una forte passione per la bibbia, dove nasce?

La mia passione per la bibbia nasce nell’infanzia. Io ho avuto  il privilegio di vivere  in un mondo evangelico dove venivano raccontate tante storie prese dal mondo biblico, subivo il fascino di quelle narrazioni antiche che poi ho ritrovato, più grande, leggendo personalmente la Scrittura.

In quelle storie, ascoltate con cuore di bimba, veniva posto il seme che mi ha portato, in seguito, a sentire la Bibbia come casa, rifugio, terra dove tornare per ritrovare il senso, la fascinazione di quelle storie importanti dove rispecchiarmi.

Ma lei poi hai studiato teologia, hai approfondito lo studio della Bibbia, in base a questa esperienza pensi che ci sia il  bisogno di occhiali particolari per leggere la Bibbia?

Io piuttosto direi che è importante essere consapevoli del fatto che ognuno di noi legge la Bibbia con le proprie lenti, i proprio occhiali. E’ ingenuo pensare di poter approcciare un testo in modo oggettivo, neutrale. La prima fatica è  riconoscere questa condizione che, apparentemente è un punto debole, in realtà la sua forza sta nell’aiutarci a fare i conti con la nostra parzialità riconciliandoci con essa: la nostra lettura non è mai oggettiva, universale. Riconoscerlo significa entrare nella Bibbia con maggiore cautela, ricercando il confronto comunitario e liberandoci  da una lettura personalistica e autoreferenziale.

Allora non è possibile aprire la Bibbia e semplicemente leggerla …

Io invece non solo credo che sia possibile, ma necessario: apri il libro e leggi, fidati della sapienza del testo, poi ricercherai strumenti, approfondimenti, ma non rinunciare ad un  rapporto diretto, con la Bibbia.  Chi frequenta la Scrittura  senza sbranare il testo, disciplinandosi ad una lettura continua, smette di trattare la Bibbia come una miniera di diamanti da cui estrarre pietre preziose da incastonare nella propria collana esistenziale. Scopre invece che  la Scrittura ha una sua sapienza narrativa e impara a riconoscere l’architettura di questo splendido edificio ospitale e complesso la cui armonia è proprio nei contrasti e nella complessità. La vita, letta dalla Bibbia non è mai banale, ridotta a poche definizioni. La complessità della Bibbia è lo specchio della nostra stesse complessità. Siamo creature meravigliose, ma anche complesse, proprio come la Bibbia.  E non occorrono particolari strumenti per scoprirlo.

In ben due libri lei ha cercato e raccontato la storia di donne nella Bibbia. Quali sono le domande che le hanno permesso di intraprendere questo percorso?

Nel ricercare uno sguardo femminile ho provato a trovare l’inedito, l’inascoltato delle Scritture. Mi sono concentrata sulle sfumature. Le donne non occupano necessariamente la scena principale, sono spesso ai margini. Non che non siano presenti: essere ai margini, non significa essere marginali o insignificanti. A volte la scena muta per un dettaglio, una sfumatura cromatica che immette nuova luce nella stanza. Lo sguardo femminile della Bibbia mi ha aiutato a libere me stessa e il testo da una lettura troppo addomesticata che rischia di “prevedere” l’altro (già sentito, già letto…) dandolo per scontato. Mi ha strappato al rischio di leggere senza ascoltare per riaprirmi invece allo stupore.

Perché parlando di questo percorso ha usato il termine uno “sguardo femminile”, c’è una specificità in quanto donne nel leggere la Bibbia?

Credo di sì,  una specificità di genere che aiuta tutti, donne e uomini, ad uscire da questa lettura troppo addomesticata di cui parlavo. La parabola delle donne e quella della Bibbia si assomigliano: la Bibbia è stata il libro bandito, sequestrato nel passato, poi liberato dalla riforma, ma  che rischia oggi di essere poco frequentato dalla gente comune e consegnato agli addetti ai lavori,  un libro che ha  ancora  bisogno di liberazione per essere strappato ai luoghi comuni: è noioso, è difficile, è maschilista, lo conosciamo già…Anche le donne conoscono questo vissuto difficile:  faticano a essere  protagoniste nella vita civile e, soprattutto religiosa.  Il destino della Bibbia è molto simile alla vicenda delle donne,  per cui c’è un’affinità, un’empatia nel mio sguardo femminile.  Questo sguardo di genere mi permette di leggere la Bibbia a partire dal mio vissuto, dalla mia esperienza personale di donna, mi fa scoprire che nel mio sguardo c’è una sapienza che mette in evidenza alcuni aspetti della Scrittura che una lettura maschile non vede. Si può scoprire così  che è solo parzialmente vero che il Signore parla del Regno come il lievito. Le donne scoprono che Regno è come una donna che impasta il lievito nella farina.

Proviamo ad invertire il focus, la presenza di donne in molti racconti  della Bibbia  quali cambiamenti posso apportare nelle donne che oggi leggono la bibbia?

Anzitutto scoprendo che questo libro, che  troppo facilmente abbiamo rubricato come libro patriarcale -ed è un libro che ha una forte presenza patriarcale- in realtà, dove è preservata la memoria femminile, e non a caso. La Bibbia racconta la vita e nella vita ci sono uomini e donne.  Facendo parte della vita emerge anche la loro condivisione della fede con gli uomini, come ci è testimoniato.  Ma io credo che ci sia anche un’altra ragione  per la presenza delle donne. La Bibbia racconta la storia dei perdenti, degli emarginati, degli ultimi, di quelli che non hanno voce. E chi più che le donne in un contesto patriarcale, antico, chi più delle donne non ha voce? Chi più delle donne ha bisogno di trovare voce? Andare alla Bibbia, come donna, è scoprire che Dio ha custodito la voce delle donne che non avevano voce, e ha fatto addirittura diventare questa voce  la sua Parola, la sua Voce. Ecco perché la presenza  delle donne nel racconto biblico è così importante perché ci insegna che anche quando non abbiamo voce per raccontare il nostro dolore, le nostre fatiche, Dio custodisce questa afonia, e la amplifica, la fa diventare la sua voce.

Una donna Pastora: quale è la sua esperienza e quail sfide oggi sente come opportunità?

Sono pastora da ormai 25 anni. Fino a poco tempo fa mi sono occupata di due chiese protestanti di diversa tradizione: la prima è una comunità battista, l’altra è invece di tradizione metodista. Il dialogo ecumenico tra chiese della riforma inizia a dare frutti concreti, tra questi la condivisione del lavoro pastorale. Diventa sempre più naturale che un pastore possa essere chiamato a servire una chiesa di tradizione differente da quella di appartenenza. Ora, per i prossimi due anni, sono distaccata per un progetto di pastorato itinerante: un incarico sperimentale che mi porta a girare per chiese, parrocchie, biblioteche e circoli culturali per fare formazione biblica.

Se, nella chiesa cattolica, il celibato è condizione per lo svolgimento del lavoro, a un ministro delle chiese della riforma è invece permesso sposarsi e avere dei figli. L’impegno familiare non è vissuto in conflitto con il lavoro pastorale, anzi, la famiglia diventa per il pastore e la pastora, un’opportunità per uno sguardo più concreto sulla vita di coppia, sui problemi educativi ed economici.
Io appartengo a quella tradizione di chiese diventata famosa in tutto il mondo per i canti gospel, per le battaglie sui diritti civili (con Martin Luther King) ed anche per i Simpson.
I battisti vivono un modello di chiesa che valorizza l’esperienza locale.  Il cuore del battismo si fonda su quattro pilastri: battesimo dei credenti, congregazionalismo, libertà religiosa e separazione dei poteri.
La sfida di un ministero pastorale femminile, oggi, consiste nel “guadagnarsi” sul campo una credibilità anche nei confronti di chi fatica a vedere in una donna un ministro di Dio; e, insieme, nel valorizzare la collegialità dei ministeri. Un camminare insieme, mettendo a frutto i diversi carismi. Una buona parte di percorso è stato fatto: nelle chiese riformate, generalmente, il ministero femminile è ormai riconosciuto e apprezzato. Le donne, negli ultimi decenni hanno aiutato le chiese a comprendere quanto può essere efficace una parola di genere nell’ascolto pastorale, nella predicazione e nella formazione teologica. Credo tuttavia che il più grande contributo portato dal ministero femminile sia quello di aver rimesso al centro del dibattito ecclesiale la necessità di recuperare una ministerialità diffusa, una collegialità di ministeri. Non era forse questo il senso del battesimo? Un segno del patto dato non solo agli uomini con la circoncisione ma a tutta la comunità senza distinzioni di genere, classe e nazione?
La collegialità di ministeri non è solo un modo per riscoprire il valore delle donne in una società maschilista, dei laici in una chiesa di chierici o, per dirlo con il linguaggio della mia tradizione, per valorizzare i carismi dei diversi membri di chiesa andando oltre la delega al pastore.
Ha un più amplio respiro, nella misura in cui ci domanda di riflettere sul ministero, sulla natura di quel servizio che tutti i credenti operano affinché venga il Regno. Una riflessione consapevole delle diverse chiusure a cui noi costringiamo la libertà evangelica e, dunque, non solo di quella interna alle chiese che si traduce nella delega al presbitero. Oltre al caso serio della riduzione clericale del ministero, occorrerà affrontare anche la riduzione a cui è sottoposto l’evangelo da parte di chi pensa di non aver bisogno della ministerialità delle altre chiese sorelle. E ancora, dovremo riflettere sulla chiusura di chi non prende in considerazione le diverse ministerialità di genere di cui sono portatrici gli uomini e le donne, e sulle chiusure geo-politiche o culturali in cui pensiamo la ministerialità all’interno di una cultura occidentale (che se lo può anche permettere visto il benessere di cui gode).
Proviamo, dunque, a parlare di ministerilità andando oltre i problemi organizzativi interni alle diverse confessioni. Dilatando lo sguardo, come Gesù, il ministro per eccellenza, che sta in mezzo a noi come colui che serve.

Ultima domanda che riguarda sia le donne che gli uomini: leggere la Bibbia cambia la vita?  Oggi siamo circondati da un mondo che crede poco, che non legge la Bibbia, in cui si fa fatica a trovare un senso o delle risposte alle proprie speranze e alle proprie  fatiche,  leggere la Bibbia cambia la vita?

A me ha cambiato la vita. Prima di tutto modificando l’immagine di Dio in me. Pensavo che Dio mi chiedesse ubbidienza incondizionata e sottomissione. Ho scoperto invece, nella Bibbia, che Dio non mi vuole zitta ed ubbidiente. La fede biblica è una fede critica, dialettica, che ti rilancia le domande chiedendoti ragione di quello che credi. Ero piegata, ammutolita dalla vita e la Bibbia mi ha dato la forza per alzare il capo, è stato lo sgabello per guardare oltre il muro e poi scavalcare.  Sono state braccia che mi hanno sollevato, alzato in piedi, rendendomi consapevole che credere significa prima di tutto riappropriarsi della propria dignità, del proprio stare eretta davanti a Dio e nel mondo.  Si, la Bibbia mi ha cambiato la vita e continua a farlo quando mi restituisce le grandi domande di senso  che io troppo facilmente  tento di liquidare presa dagli affanni di tutti i giorni: perché  esisto, perché esiste il mondo, perché esiste il male, perché  le relazioni più profonde sono le più difficili? Entrare nella Bibbia e ascoltare uomini e donne di fede che discutono con Dio su queste grandi domande di senso, ci strappa da uno sguardo concentrato solo su noi stesse e ci restituisce la grande narrazione dell’esistenza, il senso della vita.

C’è un altro motivo tuttavia: le storie bibliche sono delle storie bellissime. Io sono stupita della   profondità di queste narrazioni che purtroppo raccontiamo male e restituiamo male alla gente. La Bibbia ci salva la vita anche perché restituisce uno sguardo bello sul mondo, uno sguardo di stupore e fascino, e quando tu ti senti affascinata da grandi storie e da questo mondo che Dio ha creato, lo abiti diversamente, lo abiti con una felicità che non è felicità ingenua, ma è la gioia di chi si sintonizza con il sogno di Dio.