paola di nicola

Intervista a Paola Di Nicola
Giudice del Tribunale di Roma

Durante questo ultimo decennio, il diritto italiano e la sua interpretazione hanno fatto progressi considerevoli per consentire alle donne vittime di aggressione maschile un accesso alla giustizia.

Ma non basta perché esistono e resistono nell’ambito istituzionale, a partire da quello giudiziario, radicati stereotipi contro le donne tali da rendere la risposta di giustizia gravemente inefficace e il fenomeno della violenza maschile ancora sottovalutato e pressoché impunito.

Alle donne che subiscono violenza per mano di un uomo non è consentito essere semplici vittime di un reato perché nelle aule di giustizia (e prima ancora presso i servizi sociali, negli ospedali, nelle caserme o nei commissariati) sono le uniche a cui è richiesto di esserevittime perfette”.

Esiste una chiara diffidenza rispetto alle loro parole, per un’ automatica sottovalutazione della loro denuncia.

Qualsiasi comportamento esse abbiano tenuto non corrisponde a pregiudizi e stereotipi di chi le ascolta, non sono perfette, e così diventano inattendibili.

Deve ricordare ogni dettaglio anche di fatti accaduti tanti anni prima per non apparire reticente; non può esitare mai, altrimenti ha architettato tutto; non deve piangere troppo per non apparire psichicamente labile; non deve piangere poco per non apparire lucida e distaccata; non può ritrattare, anche se ha paura di essere uccisa, altrimenti è una calunniatrice e ha dichiarato il falso.

Ogni scelta, parola, reazione di una donna vittima di violenza maschile è radiografata e incasellata secondo schemi fissi nei quali tutti si riconoscono, tranne la vittima.

Qualsiasi comportamento abbia tenuto rischia di essere comunque sbagliato per la deformazione stereotipata di chi la valuta:

se non denuncia il marito non è una buona madre perché è debole e ha fatto vivere i figli nella violenza;

se denuncia il marito non è una buona madre perché ha sottratto il padre ai bambini;

se denuncia troppo tardi le violenze non è credibile perché non spiega come mai abbia aspettato tanto;

se denuncia subito non è credibile perché c’è stata una ragione che l’ha indotta a farlo tanto da essere interessata.

Questi stereotipi sono capaci di incidere profondamente sull’effettività dell’accesso delle donne vittime di violenza maschile alla giustizia e conducono a elaborare un giudizio non corretto.

I pregiudizi dell’Autorità giudiziaria (così come di qualsiasi altra istituzione e dei professionisti coinvolti come assistenti sociali e consulenti tecnici) possono esprimersi nel seguente modo:

  • consentendo l’ammissione di prove o di domande volte esclusivamente a confermare il pregiudizio, tanto da influenzare la valutazione di credibilità o meno della vittima (es: se il pregiudizio è che una donna non possa uscire sola di sera altrimenti se viene violentata “se l’è cercata”, tutto ruoterà intorno a questo elemento del tutto irrilevante, vittimizzando la persona offesa, sebbene ai fini della decisione rilevi solo il fatto che ci sia stata o meno la violenza sessuale che così passa in secondo piano);
  • distorcendo la percezione del giudice rispetto a quello che è successo in una determinata situazione;
  • giustificando la condotta dell’imputato pur in assenza di elementi oggettivi, anche quando la vittima non può fornire la sua versione perché è stata uccisa proprio da quell’uomo (“l’omicidio era frutto di uno stato d’animo turbato, tormentato dal dubbio…” oppure “il racconto accorato dell’imputato, sconvolto e confuso….merita senz’altro credibilità ….. è d’altronde credibile che TIZIA ….abbia provocato CAIO mettendo in dubbio la sua determinazione e la sua capacità di dimostrarsi “uomo” e a dura prova il suo autocontrollo” oppure “ ….vi è la versione dei fatti proposta dai due imputati, apparsi sprovveduti e sinceri….”);
  • determinando un’errata interpretazione delle norme o della giurisprudenza di legittimità, omettendo del tutto quella sovranazionale che vieta la vittimizzazione secondaria della donna e dei figli (si pensi al pregiudizio secondo cui la tutela del superiore interesse dei bambini e delle bambine nelle decisioni che li riguardano coincide con quello di avere contatti anche con il genitore maltrattante e violento);

In questo modo si rischia di formare una decisione giudiziaria che  contrasta con i fatti per rispondere alla sola logica del pregiudizio contro le donne. Si pensi a questa motivazione di sentenza: “La lacerazione vaginale subita da XXX poteva essere stata causata anche da un rapporto sessuale energico ovvero dalla posizione assunta da soggetti coinvolti e verosimilmente XXX soffriva di una qualche malformazione…” (nello specifico, la vittima era stata violentata da due uomini e aveva avuto una grave emorragia).

Imponendo gli stereotipi comportamentali, del deve e non deve, non solo la società giustifica l’aggressione maschile, ma chiede proprio alle vittime di evitare di essere violate, tanto da colpevolizzarle, tanto da giustificare la violenza che hanno subìto.

Le donne in gran parte dei casi non sono credute oppure la loro parola viene ridimensionata,  come avviene anche nel contesto sociale e culturale esterno alle aule giudiziarie.

La sentenza che utilizza stereotipi sessisti non si limita a disconoscere il diritto della singola donna che si rivolge alla giustizia, ma produce ulteriori effetti:

-crea un diffuso sentimento d’insicurezza di quella donna e di tutte le altre donne che non denunceranno, rendendo il fenomeno criminale impunito;

– genera la sfiducia in tutte le istituzioni, a partire da quella giudiziaria, tanto da delegittimarle;

-mantiene ferma e impunita la struttura culturale su cui si fonda la violenza maschile, perpetuandola all’infinito;

-rende legittima la condotta violenta aldilà dei confini temporali e territoriali;

– mantiene l’ordine simbolico fondato sulla violenza e gli conferisce il sigillo di universalità e giustizia;

– universalizza la parola giustificazionista dello Stato rispetto alla violenza contro le donne;

– rafforza la posizione di fragilità e diffidenza della collettività rispetto alle donne vittime di violenza.

Ognuno di noi rispetto a questo ha una precisa responsabilità perché l’aula di giustizia non fa che replicare ciò che avviene fuori da essa, cioè nelle nostre famiglie, tra gli amici, nelle trasmissioni televisive, in cui la parola delle donne non vale  e il linguaggio produce e riproduce questo atteggiamento culturale: il femminile è svalutante mentre il maschile è valorizzante, a partire dal genere dei ruoli di potere (il giudice la giudice, il prefetto la perfetta, ecc.)