la fatica della libertà

S. Scatena, La fatica della libertà. L’elaborazione della dichiarazione ” Dignitatis humanae” sulla libertà religiosa del Vaticano II, Il Mulino, Bologna 2003, pp. 604 (link)

Gli studi e la letteratura ormai abbondante sul Vaticano II hanno a più riprese evidenziato come lo studio dell’iter dei vari documenti conciliari non possa ridursi ad un’analisi letteraria o dottrinale degli schemi, né nelle diverse tappe della loro elaborazione, né tantomeno nella sola formulazione finale. La ricostruzione della movimentata storia della Dignitatis humanae non costituisce in tal senso un’eccezione, confermando anzi l’indispensabilità di una costante attenzione al “sottosuolo” del testo: un “sottosuolo”, in cui parole e linguaggi non possono essere pienamente compresi se dissociati dai retroterra, psicologici e culturali in senso lato, di chi li ha usati in quell’inedito, quotidiano incontro e scontro di intenzioni, sensibilità e attese che fu senz’altro il Vaticano II. La stessa decisione di mettere sull’agenda conciliare la spinosa questione della libertà religiosa, su cui si appuntavano le aspettative di molti all’interno come all’esterno della chiesa, non può esser compresa perdendo di vista l’humus, per così dire, in cui essa ha trovato la genesi: la scelta giovannea del discernimento dei segni dei tempi come mezzo proprio dell’aggiornamento della chiesa. Fu prima di tutto un mutato atteggiamento di fondo nei confronti del movimento della storia, che, traducendosi nella concreta individuazione del compito dottrinale del concilio nella lettura della presente congiuntura storica, aprì nuovi spazi di riflessione anche in questa direzione. Requisito fondamentale per la prosecuzione del rapporto di fiducia instaurato dagli ambienti ecumenici cattolici con il Consiglio ecumenico delle chiese, il tema della libertà religiosa venne inserito sull’agenda del segretariato per l’unità, l’organismo originariamente deputato al compito di aiutare i cristiani non cattolici a seguire lo svoglimento del concilio. Il dibattito conciliare sulla libertà religiosa ebbe dunque un’evidente “genesi ecumenica” che non mancò di trovare riscontro nell’impianto dei primi schemi preparatori elaborati dal segretariato: sull’orizzonte delle più tradizionali argomentazioni sui diritti e doveri della coscienza si affacciarono così simultaneamente i problemi della collaborazione intracristiana, della libertà all’interno della chiesa/e, della libertà religiosa come principio essenziale dell’ordinamento civile e internazionale, la questione, infine, dei rapporti fra chiesa e stato. Con il tardivo approdo in assemblea, questa eterogenea pluralità di istanze subì d’altra parte una sorta di progressivo filtraggio, che ebbe l’effetto di spostare sempre più il baricentro dell’attenzione dal terreno ecumenico, a quello più definito delle relazioni chiesa-stato, delle libertà civili, dei diritti intersoggettivi. Nell’autunno del ‘64 – quando il dibattito assembleare rischiava di incagliarsi definitivamente nelle secche delle tradizionali controversie sui diritti della verità e della coscienza -, la forza di attrito di categorie e abiti mentali dalle remote origini, l’eredità della più recente stagione del cattolicesimo profondamente segnata dal rifiuto della civiltà moderna e dei suoi errori, l’assenza, infine, di un’adeguata, precedente riflessione teologica unitamente arrestarono l’avviata maturazione sinodale alla soglia del riconoscimento di un diritto all’immunità: all’immunità cioè dalla coercizione e dalla restrizione in materia religiosa da parte dei pubblici poteri. Sebbene sempre più ancorato all’ambito giuridico-costituzionale, lo schema sulla libertà religiosa continuò d’altra parte a toccare e intersecare problemi nodali e nevralgici quali il rispetto dovuto alla coscienza individuale, il valore della libertà nell’orizzonte religioso, il suo livello di componibilità con il valore normativo della verità rivelata, l’interpretazione del magistero pontificio del XIX secolo. Anche per queste inevitabili intersezioni – irriducibili, nonostante tutte le cautele redazionali sollecitate da Paolo VI -, l’elaborazione della Dignitatis humanae fu fino all’ultimo giorno difficile e tormentata, esposta a più riprese al rischio di un’estromissione dall’agenda conciliare nonché a quello di un sostanziale svuotamento dei suoi contenuti più nuovi e significativi. D’altra parte, con le tensioni e le “crisi” che ne hanno scandito il percorso in concilio, e con l’inevitabile intersezione delle sue diverse dimensioni, la questione della libertà religiosa ha chiamato in causa la coscienza di ciascun vescovo: prima che oggetto di dibattito o di un documento, la “libertà” è stata dunque un’esperienza fondamentale nel vissuto di quanti hanno contribuito a fare del Vaticano II ciò che è effettivamente stato toccando per questo le fibre più profonde del cattolicesimo.