in via in saecula

Negli ultimi giorni del dicembre 1685 il padre gesuita Philippe Couplet, vice provinciale della Compagnia di Gesù per la Cina, fece tappa presso la corte del Granduca Cosimo III de’ Medici a Firenze nel mezzo del suo viaggio da Roma a Parigi. Durante la sosta padre Couplet fece dono al Granduca di una collezione di preziosi testi cinesi di agronomia e fisica, portati in Europa dalla Cina e testimonianza dello stretto rapporto costruito dai gesuiti con la realtà culturale del Celeste Impero. Assieme a questi testi cinesi Couplet donò al Granduca anche un piccolo manoscritto latino, una bibbia latina di piccole dimensioni rinvenuta in Cina, a detta dello stesso gesuita, fra i beni di una nobile famiglia cinese che la conservava da quasi quattrocento anni, dai tempi della dinastia Yuen e di Marco Polo.
Questo piccolo manoscritto, conservato oggi presso la Biblioteca Medicea Laurenziana col codice Pluteo 3, capsula 1 e detto “Bibbia di Marco Polo”, rappresenta un singolare e unico testimone di un’esperienza di incontro fra popoli e religioni, fra mondi culturali lontani, che nota per lo più attraverso le memorie e le narrazioni dei religiosi occidentali che ne erano stati testimoni e protagonisti. Essi furono inizialmente ambasciatori per conto di papi, come Giovanni da Pian del Carpine lo fu nel 1245-46 per conto di Innocenzo IV o Gerardo da Prato nel 127 per conto di Niccolò III. A partire dalla fine del XIII secolo, franscani come Giovanni da Montecorvino, primo arcivescovo di Pechino, o Andrea da Perugia divennero i protagonisti del primo tentativo di costruzione di una chiesa cattolica latina entro i confini dell’Impero Mongolo, col fine ultimo di giungere alla conversione del sovrano, della corte e quindi di tutto il popolo.
La piccola bibbia conservata oggi alla biblioteca Medicea Laurenziana ha attraversato questi eventi, rimanendo in Cina come una sorta di ‘cineseria’ al contrario, vestigia della presenza di un cristianesimo latino che tornerà ad affacciarsi solo tre secoli dopo con Matteo Ricci. Il manoscritto, una “bibbia da mano” di piccole dimensioni, appena 17 x 13 cm, risale al 1230-1240 e le caratteristiche della grafia del testo latino, delle decorazioni dei capilettera, della lavorazione della pergamena e degli inchiostri utilizzati indicano come luogo di origine la regione di Parigi, una zona che in quegli anni conosceva una grande produzione di manoscritti di questo genere sotto la spinta dello sviluppo dell’università da un lato e della crescita degli ordini mendicanti. Probabilmente proprio con un fraticello, destinato alla missione nell’allora Cathay descritto da Marco Polo, il codice fiorentino imboccò la Via della Seta per far ritorno in Europa molti secoli dopo.
Questo prezioso e unico testimone è diventato l’oggetto di un progetto di restauro e studio che ha coinvolto la Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII e la Biblioteca Medicea Laurenziana e che ha prodotto, oltre al recupero del manoscritto, fortemente danneggiato da umidità e usura del tempo, alla realizzazione di un prezioso facsimile e di un ricco volume di studi condotti da un’équipe internazionale e pubblicati dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana “Giovanni Treccani”.
La storia e il valore culturale di questo silenzioso viaggiatore globale di sette secoli fa ne fanno un testimone del passato e al tempo stesso un prezioso veicolo di dialogo per l’oggi e per il futuro e che è stato ammirato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
La mostra In via, in saecula, con i suoi pannelli multilingue e video installazioni, accompagna la bibbia nel suo viaggio di ritorno dall’Europa alla Cina, un viaggio cominciato a Prato il 4 settembre, che proseguirà verso Bruxelles al Parlamento Europeo, verso Venezia all’Istituto di Studi Storici, per arrivare in Cina a Pechino e Shanghai.