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Giuseppe Ruggieri, Chiesa sinodale, Laterza, Roma-Bari, 2017
Cinquanta anni fa tutto il mondo fu sorpreso dalla celebrazione del concilio ecumenico Vaticano II. Molti infatti pensavano che dopo il dogma dell’infallibilità del papa non fosse ormai necessario un concilio dove tutti i vescovi prendessero delle decisioni valide per tutti. Appena un anno fa si è concluso a Roma un sinodo in cui i vescovi hanno riformulato la disciplina cattolica sulla famiglia, sui divorziati risposati e in genere l’approccio pastorale verso la nuova cultura del sesso. E anche questo sinodo, che si è protratto per due anni, ha suscitato scalpore. Ma pochi sanno cosa sia un sinodo o concilio (i termini sono intercambiabili). Il libro espone gli aspetti principali della prassi sinodale, cominciando proprio dal Vaticano II che, ispirandosi al principio della pastoralità, ha mutato l’atteggiamento della Chiesa nei confronti del mondo moderno. La prassi sinodale, in varie forme, è tuttavia lunga e risale alla stessa Chiesa primitiva. Il sinodo è il luogo in cui ogni volta si forma il consenso dei credenti, quando la novità della storia impone di mutare le modalità della comunicazione del Vangelo. Da sempre cioè – anche se il principio verrà formulato fra tarda età antica e medioevo – nella Chiesa vale che “ciò che interessa tutti deve essere discusso da tutti”. Per quanto possa sembrare strano questo non è il frutto di una consapevolezza democratica, ma la convinzione che un sinodo legittimo, nel quale si ‘rende presente’ la Chiesa, riceva direttamente da Cristo e dal suo Spirito la propria autorità. Questo è il motivo per il quale, da sempre, il sinodo è stato considerato una liturgia. Ma quale sarà il futuro della prassi sinodale?

A. Melloni, Il Giubileo. Una storia, collana i Robisnon / Letture, Laterza, 2015, 154 pp. – isbn 9788858121221

Da Bonifacio VIII a papa Francesco: le origini, le ragioni, i significati dell’Anno Santo.
Il giubileo, o Anno Santo, è apparso sulla scena della storia nel Trecento come uno strumento economico e politico di prima grandezza della monarchia pontificia. La ricerca di risorse e fama per caratterizzare il proprio pontificato costrinse, dopo poco tempo, a prevedere anche un giubileo straordinario. Quella dell’Anno Santo è, dunque, una tradizione ambigua fatta di trionfalismi, lacerazioni e religiosità popolare. Alberto Melloni ricostruisce questa storia e analizza le ragioni che hanno spinto papa Francesco ad indirne uno proprio in occasione del cinquantesimo anniversario del concilio Vaticano II. Bergoglio lo ha promosso con parole inedite e con la volontà esplicita di ‘mobilitare’ il popolo di Dio, per chiedere ai fedeli di indicare la direzione da prendere, soprattutto dopo un sinodo nel quale la Chiesa si è misurata non con morali vecchie o nuove, ma col Vangelo.

A. Melloni, Tutto e niente. I cristiani d’Italia alla prova della storia, Laterza, Roma-Bari 2013

Per molto tempo si è pensato che per capire il peso del cristianesimo nella storia italiana si dovesse parlare dei rapporti Chiesa/Stato o del cattolicesimo politico. Basti pensare al dibattito sull’atteggiamento della Chiesa di fronte al processo di unificazione, o a quello sulle relazioni particolari tra Vaticano e fascismo fino al concordato Casaroli-Craxi del 1984. E dunque, chi desideri valutare realmente il ruolo dei cristiani in Italia dovrà guardare non tanto a identità inventate a tavolino, quanto alla loro appartenenza concreta a tempi, luoghi, culture, letture, mode e politiche. Questo vuol dire analizzare, prendendole sul serio, le forme della devozione popolare, la dimensione dell’estetica religiosa e la pluralità interna della Chiesa cattolica. Allo stesso modo è necessario ricostruire alcuni tratti distintivi del ‘discorso cristiano’ – dall’idea di vivere in una cittadella assediata alla demonizzazione del mondo moderno, fino all’anticomunismo – tratti di lungo periodo destinati a lasciare tracce profonde nella cultura del nostro paese. La mancanza di una solida base teologica, la concentrazione del discorso sul ‘papa’, il ruolo dei parroci e quello del ‘laicato’, il negozio del non-negoziabile, non sono fattori a somma zero ma elementi costitutivi della presenza cristiana in Italia. Un saggio che ci spinge a non rimpiangere le occasioni perdute ma piuttosto a dotarci di strumenti atti a superare quel ‘roveto ardente’ che è la nostra contemporaneità.

G. Ruggieri, prima lezione di teologia, Laterza, 2012

La teologia applica la metodologia scientifica al discorso su Dio e vuole quindi accordare il pensiero di questo mondo con il messaggio cristiano. Ma il discorso su Dio nel cristianesimo del Nuovo Testamento non è in ultima analisi una negazione del sapere di questo mondo? E, allora, la teologia è compatibile con il cristianesimo? Ed è possibile una teologia che resti fedele al messaggio di Gesù di Nazaret?

A. Melloni, pacem in terris. storia dell’ultima enciclica di papa Giovanni, Laterza, 2010

Nell’aprile del 1963 ai paesi e alle terre che erano stati a un passo dalla guerra atomica nella crisi di Cuba, un papa anziano e malato, Giovanni XXIII, indirizza la sua ultima enciclica, la Pacem in terris: la prima che si sia rivolta non solo ai cattolici, ma a tutti gli uomini di buona volontà. Di questa enciclica, che fu uno dei principali contributi di papa Roncalli al suo concilio, conoscevamo il testo e la portata. In questo volume Alberto Melloni porta alla luce per la prima volta le discussioni che ne hanno accompagnato la redazione, le varianti proposte da coloro con cui il papa lavora a questo documento che prende posizione come mai era accaduto prima sulla dignità della coscienza, sulla distinzione fra movimenti e ideologie, sulla mentalità della ‘guerra giusta’. In una politica che ha alle spalle il muro di Berlino e davanti le tensioni che uccideranno Kennedy e destituiranno Chruščёv, la Pacem in terris interpreta il futuro senza moralismi e cambia il modo di sentire della chiesa e del mondo.

A. Melloni, O. Marquard, la storia che giudica, la storia che assolve, Laterza, 2008

Se c’è oggi una richiesta pubblica rivolta alla storia è quella di giudicare: giudicare per condannare. Perché quanto più la storia condanna, tanto più rimuove. Questo processo di ‘tribunalizzazione’ della storia, come Odo Marquard tra i primi lo ha definito, si è dilatato a dismisura. La conoscenza storica è diventata organo di stabilizzazione politica, scontro fra dogmi destinati a farsi ideologia nelle istituzioni, arbitro della memoria sulla scena pubblica dove i «grandi soggetti collettivi agiscono a dispetto di ciò che la storiografia vuole e sa fare: ora alla ricerca di accuse talmente grandi da diventare assoluzioni senza appello, ora in vista di mea culpa in bilico tra la venia, la penitenza e l’autoamnistia, di giochi violenti fra opinioni su una storia che ha un fine, più che una fine.»